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	<title>Clima Meteo 24 &#187; Ambiente</title>
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	<description>Il portale sul tempo che fà e sul clima che cambia</description>
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		<title>Impatto dell&#8217;uomo sull&#8217;ambiente</title>
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		<pubDate>Fri, 01 Mar 2013 19:44:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Flavio Scolari</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[fauna]]></category>
		<category><![CDATA[flora]]></category>

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		<description><![CDATA[L&#8217;impatto dell&#8217;uomo sulla fauna: Da alcuni anni, talvolta si sente parlare del sovrapopolamento di camosci, cervi, caprioli e sopratutto cinghiali nella regione insubrica e in alcune altre regioni della penisola Italiana, sono tutti animali tipici della fauna elle nostre latitudini, salvo il muflone, una capra di origine Asiatica che fu importata in Corsica e Sardegna,]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;impatto dell&#8217;uomo sulla fauna: Da alcuni anni, talvolta si sente parlare del sovrapopolamento di camosci, cervi, caprioli e sopratutto cinghiali nella regione insubrica e in alcune altre regioni della penisola Italiana, sono tutti animali tipici della fauna elle nostre latitudini, salvo il muflone, una capra di origine Asiatica che fu importata in Corsica e Sardegna, e solo agli inizi del ‘900 nella regione del versante Sud Alpino, oggi questo animale, nel 2010 nella songola regione del <span id="more-2968"></span>Varesotto si contarono circa 300 capi ma grazie al proprio adattamento alle condizioni climatiche locali, la presenza del muflone è diffusa lungo tutto il versante Sud Alpino e lungo l’area del medio-alto Tirreno.</p>
<p>Il capriolo, animale indigeno delle nostre latitudini. La fauna locale, delle nostre regioni presenta una svariata varietà di animali, al quale oltre a quelli sovracitati se ne aggiungono molti altri, tuttavia l’assenza prolungata di alcuni predatori tipici per le nostre latitudini favorita dalla presenza più invasiva dell’essere umano anche nelle zone di montagna, ha consentito ad un sovrapopolamenti di altre speci, quali appunto, camosci, cervi, caprioli e sopratutto cinghiali. I predatori piuttosto tipici delle nostre latitudini sono i lupi, gli orsi e le linci, il lupo popola le regioni Appenniniche, le Alpi Marittime e solo recentemente vi sono avvistamenti di singoli individui nella regione delle Alpi Vallesane e delle Alpi centrali, mentre la presenza dell’orso resta confinata nella regione delle Alpi Orientali, l’assenza del lupo è anche stata indotta appunto dalla presenza piuttosto invasiva dell’essere umano. In genere questo predatore, vive in branchi e necessita di molta tranquillità, dunque si mantiene ad una certa distanza dalle aree urbanizzate, in genere tra i lupi, quando vi è da contendersi il dominio sul branco tra due individui, si ha un combattimento dei due contendenti, il vincitore resterà il capobranco, mentre il perdente lascerà il branco per cercarne un altro dove instaurarsi, ebbene il passaggio sporadico di singoli individui in cerca di un branco, spiega il transito di singoli individui in Svizzera e sopratutto lungo il confine tra Italia e Vallese.  Anche l’orso è praticamente assente in Svizzera, salvo rari avvistamente sulle Alpi Grigionesi di singoli individui provenienti dalle Alpi Austriache. La lince invece è presente in Svizzera, ma popola principalmente la regione del versante Nord Alpino e la regione del Giura, in Ticino è molto raro e proprio il Ticino la presenza quasi invasiva di cervi, caprioli e sopratutto cinghiali, è tanto da attribuirsi all’assenza di predatori tipici delle nostre latitudini.  Per ovviare al problema del sovrapopolamento di alcuni animali tipici della fauna delle nostre regioni, che potrebbero incrementare oltre agli incidenti stradali (per presenza di selvagina sulle careggiate), anche danni a coltivazioni e a giardini nei centri abitati in collina, si è adottato una caccia prolungata per alcune speci appunto. Di per se la caccia stessa se per molti è solo un buon divertimento per uccidere una creatura, lo scopo assume anche un’importanza fondamentale per mantenere equilibrata la sopravivenza delle diverse speci, non garantite appunto dalla presenza di predatori, in poche parole, l’essere umano deve prendere il posto “del predatore”, proprio per questo il sovrapopolamento di alcune speci facenti parte della fauna delle nostre latitudini, viene “combattuto” con un prolungamento della caccia per queste speci. Gli animali selvatici in genere, tra qui anche i cinghiali, popolano le diverse altitudini, a seconda della stagione in cerca di cibo, la maggior parte dei cinghiali ad esempio li si possono trovare a quote piuttosto elevate, sopra i 1500 metri di quota sulla regione Alpina e pre-Alpina durante la bella stagione, per scendere fino a quote collinari verso fine autunno e in inverno ed è proprio in questi periodi che si riscontrano i danni maggiori all’interno di centri abitati anche della bassa collina o più raramente anche in pianura. Un problema analogo, lo si riscontra non solo nella Svizzera Italiana e nella regione Insubrica in generale, ma anche in altre zone della regione Alpina e della penisola Italiana, in questi ultimi anni gradualmente sia la regione Appenninica che la regione Alpina, tornano ad essere ripopolate anche dal lupo che tende a riprendere il proprio ruolo in alcune aree, anche se difficilmente potranno spingersi in alcune regioni più vicine alle aree urbanizzate. Il cinghiale è un animale indigeno in Europa e nel Nord Africa, in un’area che si estende fino all’India e il Sud-Est dell’Asia verso il Giappone, Sri Lanka, Tawand e Korea,come pure in America centrale e Meridionale. Il problema del sovrapopolamento di questo animale è presente anche in altre aree del mondo, anche in questo caso la ragione di tale fattore è da attribuirsi all’assenza dei suoi predatori naturali come già detto del lupo per quanto concerne le nostre latitudini, della tigre e del leopardo per quanto concerne altre regioni del mondo, un altro fattore che potrebbe aver favorito la propria diffusione è stato causato dalla reintroduzione di esemplari, più volte decimato e reitrodotto, l’integrazione della protezione, la regolazione della caccia o i cambiamenti nella gestione agricola, il cinghiale risulta di fatto essere tra gli animali maggiormente diffusi al mondo, questo anche graie alla propria grande e rapida capacità di adattamento alle diverse condizioni climatiche e ambiantali. Insomma la presenza sempre più invasiva dell’essere umano, ha influito sulla fauna presente, sia locale che globale.</p>
<p><a href="http://www.iucnredlist.org/details/3746/rangemap">Qui</a> si può vedere la distrubuzione delle diverse speci animali.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Origine della vegetazione arborea.</p>
<p><a href="http://www.discoverlife.org/mp/20m?act=make_map">Qui</a> si può vedere la distrubuzione della vegetazione arborea, come si può osservare tra questi c’è anche il castagno (specie: Castanea Sativa), in realtà molte di queste speci (Castagno, Nocciolo, Frassino, ecc… ecc…) sono presenti già dai 60-65 milioni di anni fa, dunque dai tempi dei dinosauri o “poco” dopo, alle medie-alte latitudini, dunque ancor da prima che la distibuzione delle terre emerse era come quella attuale, con le sucessive variazioni climatiche la vegetazione arborea ha subito variazioni in senso latitudinare spostandosi verso Sud durante le glaciazioni e verso Nord durante i periodi più caldo, poi è anche vero che ad esempio il castagno, qui in Europa è tipica la varietà Castanea Sativa che è indigena, ma sono state introdotte altre varietà di origine Giapponese.  Ad essere di origine Cinese, Giapponese o Americane, sono moltissime piante ornamentali, tra qui alcune oggigiorno crescono anche nelle foreste. Una pianta molto diffusa anche nella vegetazione selvatica è la Robinia che non è indigena, ma proviene dal Nord America ed è una pianta qui crescita molto rapida, la rende molto invasiva per la vegetazione indigena. Anche altre piante di origine tropicale o subtropicale (Sud Est Asiatico) stanno diventando molto invasive, un autentico problema per la vegetazione preesistente e questo è da imputare alle variazioni climatiche, in Europa ad esempio vi è la rapida diffusione di una palma, le classiche che vedi anche come piante ornamentali in Ticino della Trachycarpus Fortunei che è una palma originaria e fu importata inizialmente come pianta ornamentale dal Sud Est Asiatico, in particolar modo dalle montagne della Cina e della Birmania, che oggigiorno è diventata una pianta spontanea e addirittura invasiva anche nella vegetazione serlvatica, non solo in Ticino, ma anche in diverse altre regioni dell’Europa centro-Occidentale, in particolar modo nel Nord dei Balcani e lungo la fascia Atlantica compresa tra il Nord della Spagna e la Francia Occidentale. Anche la diffusione di questa palma di origine subtropicale che tuttavia sopporta temperature anche inferiori ai -20°C è comunque da imputare alle variazioni climatiche, non è da confondere con la Chamaerops Humilis, palma di piccole dimensioni spontanea e originaria dall’area del Mediterraneo centro-Occidentale e dunque anche lungo le aree costiere in Italia. <a href="http://www.discoverlife.org/mp/20m?act=make_map">Questo Linck</a> mostra la diffusione della vegetazione indigena, in raltà molte di queste speci le si riscontrano lungo tutto l’emisfero Boreale poichè facenti parte di una vegetazione esistente da decine di milioni di anni, ma in diverse varietà a seconda della regione geografica. Come detto precedentemente la Trachycarpus Fortunei fu introdotta in Europa dal Sud Est Asiatico inizialmente come pianta ornamentale, benchè oggigiorno sia diventata spontanea anche nei boschi, tuttavia il proprio adattamento anche a situazioni di freddo intenso non è recente in quanto tale palma, deriva da zone sicuramente subtropicali, dove tuttavia in alcune di queste regioni in inverno si possono comunque avere situazioni di grande freddo, come sulle montagne della Cina Orientale. La Robinia invece fu importata in Europa nel 1601 da Jean Robin, farmacista e botanico del re di Francia dal Nord America, ed oggi è una pianta naturalizzata e addirittura invasiva per la vegetazione indigena, molto diffusa in tutta Europa, addirittura fino alla Gracia e a Cipro. Molte piante anche ornamentali oggi qui presenti, furono introdotte dall’America centrale o Settentrionale, oppure dall’Asia Meridionale o Orientale verso il 1600-1700 d.c., alcune piante subtropicali originarie dall’America centrale come ad esempio la Yucca, oggigiorno crescono molto bene nella regione isubrica e anche nel canton Ticino, alcune pante di origine subtropicale addirittura stanno diventando piuttosto invasive per la vegetazione indigena nei boschi, quasi in maniera paragonabile a quanto lo è la Robinia. Insomma nei nostri boschi, come in diverse altre aree Europee, la vegetazione arborea assume sempre di più connotati di un mix tra quella che è la vegetazione tipica delle medie latitudini e la vegetazione di stampo subtropicale, questo non solo indotto dal cambiamento climatico, ma anche grazie alla mano dell’uomo, benchè vi sia comunque anche da considerare che la diffusione di una determinata specie e varietà di pianta, dipende non solo ed esclusivamente dal clima, ma anche dal tipo di terreno (prevalentemente acido o basico) e dal tipo di roccie (qui in Ticino prevalentemente granitiche).</p>
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		<title>Campi Flegrei</title>
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		<pubDate>Fri, 01 Mar 2013 19:36:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Flavio Scolari</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[campi flegrei]]></category>
		<category><![CDATA[supervulcano]]></category>

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				<content:encoded><![CDATA[<p>Il complesso vulcanico Campi Flegrei dà cenni di attività interna. Tutti conoscono che Napoli sorge nei pressi di un vulcano molto pericoloso, il Vesuvio, ma non tutti sono al corrente che a Nord Ovest della città di Napoli si trova una vasta area vulcanica nota come Campi Flegrei che in Greco significa, Campi Ardenti, si tratta di un complesso vulcanico molto più pericoloso del Vesuvio, sia considerando le dimensioni molto maggiori, sia per la propria esplosività, che può essere <span id="more-2964"></span>molto più devastante di quella Vesuviana. Il complesso vulcanico ha un diametro di 15&#215;12 km nella parte principale e può creare eruzioni con indice di esplosività VEI 8, dunque peggiori del Tambora qui indice di esplosività è calcolato a VEI7, la camera magmatica dei Campi Flegrei è collegata con quella del Vesuvio, ma i 2 vulcani possono erttare in maniera indipendente, inoltre anche i Campi Flegrei come le aree circostanti il Vesuvio, oggi sono un&#8217;area densamente popolata,dunque anche questo aspetto renderebbe una futura eruzione di questi vulcani, estremamente devastante per la popolazione dell&#8217;area. Le prime eruzioni note dell&#8217;area risalgono a circa 42000 anni fa e circa 39000 anni fa avvenne il primo apice di esplositivà vulcanica che determinò la ricaduta in bruona parte dell&#8217;area Campana di una roccia piroclastica effusiva compatta meglio nota come Ignimbrite. La più devastante eruzione della storia dei Campi legrei, risale a 35000 anni fa, in tale occasione, grosse quantità di ceneri vulcaniche, devono essere state immesse nell&#8217;atmosfera tant&#8217;è vero che depositi di cenere vulcanica giunsero fino al Mar Caspio e alla Russia Meridionale, in quell&#8217;occasione un deposito di Tufo, ossia una roccia magmatica piroclastica, ricoprì un&#8217;area avente un raggio di ben 10000 km. Circa 15000 anni fa si ebbe un altra grossa eruzione, il Tufo giallo (una roccia magmatica piroclastica) costituisce i resti di un immenso  cratere vulcanico subaqueo avente un diametri di circa 15 km e Pozzioli oggi si trova al suo centro. In tempi più recenti, tra gli 8000 e i 500 anni fa, si conoscono altre eruzioni secondarie, che formarono alcuni crateri più piccoli o piccoli edifici vulcanici che caratterizzano l&#8217;area, oggi si riconoscono almeno 24 tra crateri ed edifici vulcanici all&#8217;interno del complesso. Tutt&#8217;oggi i Campi Flegrei è un complesso vulcanico attivo costantemente monitorato e in futuro tornerà ad eruttare, putroppo nessuno sa quando anche se il rischio può essere calcolato come in ogni vulcano, attraverso le deformazioni sel sottosuolo attraverso i movimenti interni del magma, con i fenomeni di bradisismo, gli sciami sismici e le variazioni nell&#8217;emissioni di gas dalle fumarole, una futura eruzione potrebbe essere devastante per buona parte dell&#8217;area Mediterranea e sarebbe in grado di influenzare per anni il clima su scala globale ma sopratutto di modificare temporaneamente per anni o addirittura qualche decennio, le condizioni climatiche in Europa. Oggi gli scienziati temono che una prossima eruzione possa vicinarsi in quanto negli ultimi 30 anni, l&#8217;attività interna è aumentata notevolmente, ma in particolar modo si verificò tra gli inizi degli anni &#8217;70 e la metà degli anni &#8217;80 un sollevamento del sottosuolo di oltre 3 metri e un aumento dell&#8217;intensità sismica nell&#8217;area, successivamente si verificò un abbassamento del sottosuolo di circa 1 metri entro gli inizi del 2000, dal 2005 il sottosuolo è tornato però a sollevarsi gradualmente e dalla fine del 2005 al 2012 si è misurato un sollevamento di circa 18 cm, di qui però 7 solo nel 2012, in pratica dal 2011 il solelvamento dell&#8217;area vulcanica si sta verificando ad un ritmo sempre crescente. Oltre ai fenomeni deformativi del sottosuolo, a preoccupare gli scienziati è anche il fatto che partire dal 2006, alle fumarole della Solfatara, va segnalata la continua e lenta crescita del rapporto CO2/H2O e dei valori di temperatura e questo fattore può indicare secondo recenti interpretazioni, un aumento nella frazione di fluidi magmatici nei gas emessi dalle fumarole, sempre dallo stesso periodo si registra pure un aumento delle temperature del sottosuolo attraverso una telecamera mobile all&#8217;infrarosso e misure quotidiane a Solfatara e Pisciarelli con telecamera fissa all&#8217;infrarosso per rilevare le temperature di queste aree. Va segnalata inoltre un aumento crescente dell&#8217;attività sismica nell&#8217;area, tutti questi fattori possono significare molto, in quanto teoricamente potrebbero anticipare un&#8217;eruzione, ma allo stesso tempo tutti questi segnali possono perdere di significati, considerando che non sempre sono sinonimo di eruzione imminente a breve termine, tuttavia in questi tempi, la preoccupazione da parte degli scienziati è giustificata. Al mondo esistono diversi altri enormi vulcani attivi nascosti sotto la crosta terrestre, un&#8217;altro di questi si trova in Europa nei pressi di Bonn e prende il nome di Laacher See, una propria futura eruzione potrebbe essere teoricamente paragonabile a quella dei Campi Flegrei, altri supervulcani presenti in altre regioni del mondo, sono invece molto più vasti e potrebbero dar luogo ad eruzioni ancor più esplosive e molto più devastanti di quelle che potrebbe dare in futuro il complesso vulcanico Campano, i più noti sono senz&#8217;altro il Lago Toba in Indonesia, che circa 75000 anni fa con una propria devastante eruzione, portò l&#8217;uomo sull&#8217;orlo di un estinzione, e il parco dello Yellowstone in USA che ricopre una superficie di 8.980 km², almeno il doppio di quella occupata dai Campi Flegrei in Italia. Lo Yellowstone erutta più raramente, l&#8217;ultima grossa eruzione risale a circa 640000 anni fa, ma può dar luogo ad eruzioni paragonabili se non addirittura peggiori a quelle che può provocare il Lago Toba. Si stima che in futuro una grossa eruzione dello Yellowstone potrebbe emettere enormi nubi piroclastiche, la cenere potrebbe ricadere su buona parte del Nord America e l&#8217;inverno vulcanico che seguirebbe l&#8217;eruzione, potrebbe modificare forse anche per decenni, il clima globale, facendo ricadere in una temporanea fase climatica molto fredda, buona parte dell&#8217;emisfero Boreale, sopratutto Nord America ed Europa, in pratica una sorta di brevissima ma intensa fase glaciale. In futuro devastanti eruzioni di vastissime proporzioni, come quelle che possono provocare il Lago Toba o lo Yellowstone, potrebbero addirittura teoricamente mettere a rischio la soppravivenza della nostra specie nelle peggiori delle ipotesi.</p>
<p>Per più dettagliete informazioni inerenti alla recente attività dei Campi Flegrei, si può consultare il sito ufficiale dell&#8217;Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia: <a href="http://http://www.ov.ingv.it/ov/it/campi-flegrei/attivita-recente.html">INGV</a></p>
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		<title>Impatto dell&#8217;uomo sull&#8217;ambiente e sul clima</title>
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		<pubDate>Fri, 01 Mar 2013 19:28:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Flavio Scolari</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
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		<category><![CDATA[fauna]]></category>
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		<description><![CDATA[Il clima e l&#8217;evoluzione Umana: Il clima ha influito profondamente su quello che concerne il nostro aspetto fisico, la storia della nostra evoluzione e il nostro sviluppo sociale, le migrazioni stesse che hanno portato i nostri antenati a lasciare l’Africa, sono stati resi possibili in determinati periodi dove l’attuale deserto del Sahara divenne una regione]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Il clima e l&#8217;evoluzione Umana: Il clima ha influito profondamente su quello che concerne il nostro aspetto fisico, la storia della nostra evoluzione e il nostro sviluppo sociale, le migrazioni stesse che hanno portato i nostri antenati a lasciare l’Africa, sono stati resi possibili in determinati periodi dove l’attuale deserto del Sahara divenne una regione piovosa. Il colore della pelle, degli occhi e dei capelli (melanina), così come molte altre caratteristiche fisiche, sono solo un <span id="more-2955"></span>adattamento che si verifica in tempi relativamente brevi, alle diverse condizioni climatiche e alimentari dei diversi popoli, anche gli aplogruppi stessi, si sono generati a seguito dell’isolamento prolungato dei diversi popoli poichè in passato il numero di individui della nostra specie era di gran lunga inferiore a quello attuale, ha portato allo sviluppo di nuovi gruppi etnici, in senso puramente genetico. Un aplogruppo è trasmesso da padre, o madre, in figlio/a e resta immutabile, <img title="Continua..." alt="" src="http://www.climameteo24.com/wp-includes/js/tinymce/plugins/wordpress/img/trans.gif" />definisce certe piccole caratteristiche fisionomiche e della forma del cranio, attraverso lasservazione dei diversi aplogruppi, si può stabilire le rotte migratorie che i nostri antenati hanno percorso, in breve si distingue l’aplogruppo mtDNA (mitocondriale) che viene trasmesso da madre in filgio e figlia, mentre l’aplogruppi Y viene trasmesso unicamente da padre in figlio, in genere per stabilire le rotte migratorie, si possono osservare entrambi i lineaggi, tuttavia va considerato che l’aplogruppo Y è portato da un numero inferiore di persone, poichè viene portato e trasmesso solo tra gli individui maschi. Lo sviluppo di diversi aplogruppi rappresenta una sorta di diramazione con un origine comune ed è stata resa possibile dal prolungato isolamento dei diversi popoli, considerando che in passato gli individui erano di un numero di gran lunga inferiore rispetto a quelli attuali, l’isolamento prolungato tra le diverse aree geografiche, era possibile, le diverse abitudini alimentari e l’adattamento alle diverse condizioni climatiche nell’area di residenza rispetto all’area di origine, comportò a piccolissime variazioni genetiche che definiscono certe caratteristiche della fisionomia e della forma del cranio. Lo schiarimento della pelle, oltre ad essere stata favorita dalle diverse condizioni climatiche, fu favorito dall’avvento dell’agricoltura, che comportò oltre ad un bum demografico, a nuove abitudini alimentari, fno a 10000 anni fa probabilmente anche gli Europei, avevano una carnagione molto più scura, pur trovandosi alle stesse latitudini di quelle attuali da almeno 30000-40000 anni. Oggigiorno si assiste ad una continua diramazione degli aplogruppi in diverse nuove subcladi considerando che tra i diversi popoli vi è ancora una differenza nelle abitudini, sia per quanto concerne lo stile di vita, sia per quanto concerne le abitudini alimentari, tuttavia l’isolamento di popoli prolungato è pressochè impossibile dato l’elevatissimo numero di individui che siamo oggigiorno e la possibilità di spostarci molto più rapidamente, questo inibirà alla formazione di nuovi aplogruppi genetici, contrariamente tende a favorire rimescolamenti dei diversi gruppi etnici, anche dal punto di vista fisico. Ad influire sulle caratteristiche fisiche e sulle nostre abitudini, non furono tanto le variazioni climatiche, ma tanto più lo spostamento degli individui in diverse aree geografiche, aventi un clima completamente diverso, anche la relativa stabilità climatica presente dopo l’ultimo periodo di disgelo, favorì una rapida evoluzione sociale e la diffusione dell’agricoltura e dell’allevamento in tutto il mondo. Una rapida variazione climatica come quella attuale, potrebbe in futuro appunto destabilizzarla, considerando inoltre che in passato, eravamo molti meno rispetto ad ora. Di cambiamenti climatici se ne sono sempre verificati, questo lo sanno tutti, chiaramente le forzanti che si avevano in passato, sono rimaste le stesse (fattori astronomici e geologici), tuttavia a queste forzanti, se nè aggiunta un’altra, quella antropica che tende a cambiare gli equilibri, variazioni più importanti di quelle attuali ve ne sono state, dunque se in passato abbiamo avuto variazioni climatiche anche molto più ampie di quelle attuali, allo stesso tempo mai in passato, si sono avute variazioni climatiche in tempi geologicamente parlando, così brevi, 1°C in poco più di 2 secoli (tra qui la maggior parte negli ultimi decenni) è veramente significativo, tra un periodo glaciale e uno interglaciale globalmente parlando vi sono circa 5°C di differenza che si manifestarono in almeno 10000 anni. Durante l’ultima glaciazione il numero degli individui era molti inferiore a quello attuale, questo è noto, un’importante variazione climatica potrebbe avere un impatto molto diverso sulla nostra stessa specie, considerando che siamo molti di più rispetto al passato.</p>
<p><a href="http://www.climameteo24.com/wp-content/uploads/2013/03/earth-snoopy_sophie-32847147-1920-1080.jpg"><img alt="earth-snoopy_sophie-32847147-1920-1080" src="http://www.climameteo24.com/wp-content/uploads/2013/03/earth-snoopy_sophie-32847147-1920-1080-300x168.jpg" width="300" height="168" /></a></p>
<p>I feedback e le forzanti:</p>
<p>Sia la CO2 che CH4 sono contenuti in grosse quantità nei giacimenti oceanici e terresti, anche la biosfera trattiene una certa quantità di CO2, gli oceani stessi si comportano come enormi serbatoi, tuttavia oggigiorno i climatologi riescono a stabilire anche grazie ad accurati modelli, quanta CO2 o metano, potrebbero venir rilasciate nell’atmosfera, tuttavia in passato il rilascio di metano o di CO2 dallo scioglimento del permafrost o il rilascio di metano dai sedimenti oceanici che degrada in tempi relativamente brevi in CO2, seguiva un’importante variazione climatica, in futuro lo scioglimento del permafrost potrebbe incrementare le emissioni di CO2 nell’atmosfera e il riscaldamento degli oceani, consentire il rilascio di metano dai sedimenti oceanici, questo sarebbe in parole povere, un feedback cosidetto lento, che entra in gioco in un secondo tempo come conseguenza di una variazione climatica. Ogni variazione climatica, è un gioco di feedback, in realtà anche in passato l’ampiezza delle variazioni climatiche in grado di passare da un periodo glaciale ad un periodo interglaciale o viceversa, non possono essere spiegate se non si considera l’azione dei feedback, con le forzanti si può spiegare la scadenza ciclica delle variazioni climatiche, ma non l’ampiezza di quest’ultime, stesso anche oggigiorno, le emissioni antropiche possono essere viste come una forzante, mentre l’ampiezza è e sarà tanto determinata dall’azione dei feedback derivanti. Il problema è che i feedback positivi (aplificatori) sono più veloci di quelli negativi (attenuanti). La terra non diventerà come Venere, se smettessimo ora di emettere CO2 si stima che la temperatura dovrà crescere almeno di 1°C per ribilanciare l’equilibrio di energia ricevuta, riflessa e nel nostro caso trattenuta (bilancio radiativo), ma nell’arco di migliaia di anni, entrerebbero in gioco importanti feedback negativi in grado di rimuove definitivamente CO2 dall’atmosfera come avvenne alla fine del caldo periodo Eocenico portando le concentrazioni simili a quele attuali in assenza di altri fattori imprevedibili (importanti eruzioni basaltiche). In passato, in altri periodi geologici vi erano concentrazioni di CO2 molto superiori a quelle attuali, il problema è che proprio per le concentrazioni attuali relativamente basse, l’atmosfera ne risulta più sensibile all’aumento, considerando che ad ogni radddoppio di CO2 si ha un aumento termico di circa 1°C, pertanto è come se l’uomo con le proprie attività tenda ad alterare il normale corso ciclico del clima, nonostante questo il discorso dei feedback resta il medesimo. Le principali forzanti sia per quanto concerne variazioni climatiche che si manifestano in tempi relativamente brevi sia per quanto concerne quelle che si manifestano in tempi molto più lunghi, sono i fattori astronomici, sia i fattori geologici, al quale oggiogiorno si è aggiunta la forzanze antropica, la presenza di una terza forzante, senza ombra di dubbio va a modificare gli equilibri climatici. Per variazioni climatiche che si manifestano in tempi molto lunghi, si intende l’alternanza di grandi ere glaciali, dove si ha la presenza pressochè costante di calotte glaciali ai poli e all’interno delle quali si verificano importanti periodi glaciali, a grandi ere interglaciali, ossia periodi molto lunghi (anche di decine di milioni di anni) dove vi è un’assenza pressochè costante di calotte glaciali ai poli e all’interno della quale non si verificano periodi glaciali significativi, l’alternanza di fasi climatiche geologicamente parlando molto lunghe, possono essere state “innescate” da fattori geologici, come l’attività delle faglie oceaniche indotte dalla separazione delle placche continentali e oceaniche o colossali e prolungate eruzioni basaltiche continentali (trappi vulcanici). A tali variazioni climatiche si possono attribuire anche alcune variazioni della luminosità della nostra stella e variazioni orbitali del nostro pianeta in tempi geologicamente parlando molto lunghi, di decine o centinaia di milioni di anni. Per quanto concerne invece variazioni climatiche in tempi geologicamente parlando più brevi, si può osservare l’alternanza pressochè ciclica di periodi interglaciali a lunghi periodi glaciali all’interno di una grande era glaciale, tale scadenza quasi ciclica delle grandi glaciazioni all’interno di tali periodi geologici mediamente più freddi, può essere attribuita a determinati fattori astronomici come i cicli di Milankovic, tuttavia va condiserato anche l’aspetto geologico, la distribuzione delle terre emerse, l’altezza media delle terre emerse, l’influenza della morfologia del territorio sulle precipitazioni, sono tutti fattori che possono permettere o meno il manifestarsi delle glaciazioni. In questo senso, l’attività solare certamente influisce sul clima come singole eruzioni vulcaniche, ma sono tutti fattori che si manifestano sul clima attraverso oscillazioni che si verificano in alcuni decenni, o anni nel caso di singole eruzioni vulcaniche. Da alcuni secoli, alle forzanti astronomiche e geologiche che ci sono sempre state e che in passato innescarono variazioni climatiche anche molto più significative di quelle attuali, se nè aggiunta una terza, ossia la forzante antropica che ovviamente anch’essa incide sul bilancio radiativo in quanto le nostre attività favoriscono un aumento delle concentrazioni dei gas serra. Se è vero che in passato vi sono state variazioni climatiche più significative rispetto a quelle attuali, è altrettanto vero che mai in passato, si sono avute variazioni climatiche in tempi geologicamente parlando, così brevi, 1°C in poco più di 2 secoli (tra qui la maggior parte negli ultimi decenni) è veramente significativo, tra un periodo glaciale e uno interglaciale globalmente parlando vi sono circa 5°C di differenza che si manifestarono in almeno 10000 anni ed è proprio questo che preoccupa maggiormente il mondo scientifico sulla problematica dell’attuale riscaldamento climatico, onoltre va considerato che il nostro sviluppo e la nostra stabilità sociale sono stati favoriti da un periodo climatico relativamente stabile dal termine dell’ultima glaciazione, un’importante variazione climatica, quale impatto potrebbe avere in futuro sull’umanità? Durante l’ultima glaciazione il numero degli individui era molti inferiore a quello attuale, questo è noto, un’importante variazione climatica potrebbe avere un impatto molto diverso sulla nostra stessa specie, considerando che siamo molti di più rispetto al passato, al mondo siamo ben oltre 7 miliardi di persone, impensabile che un’importante variazione climatica non avrà alcun effetto, non solo sull’ambiente, ma anche per la nostra stessa specie. La nostra presenza, oltre ad alterare gli equilibri climatici, ha alterato la flora e la fauna selvatica in diverse aree del pianeta.</p>
<p>Flavio Scolari</p>
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		<title>Estinzioni di massa</title>
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		<pubDate>Fri, 01 Mar 2013 19:11:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Flavio Scolari</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Fino a 34 milioni di anni fa faceva anche molto più caldo di oggi, si deve considerare che alle medie latitudini avevamo un clima tropicale, mentre al polo si aveva un clima temperato, un clima più simile a quello che attualmente riguarda le medie latirudini e forse anche un pò più caldo, al polo in inverno si doveva avere in inverno una temperatura media di +13°C. Un simile riscaldamento fù probabilmente innescato milioni di anni prima da una imponente eruzione basaltica che<span id="more-2937"></span> avrebbe innescato un grosso surriscaldamento climatico attraverso numerosi feedback derivanti dalla forzante climatica responsabile della variazione climatica, a un simile cambiamento climatico sarebbero da attribuire grosse estinzioni di massa di diverse speci. Oggigiorno sono le nostre attività i principali responsabili di una variazione climatica troppo rapida, attraverso le emissioni di CO2 che incidono in maniera significativa su un delicato equilibrio di energia, nel nostro caso trattenuta in atmosfera, (bilancio radiativo terrestre). In passato in altre epoche geologiche si avevano concentrazioni di CO2 molto maggiori di quelle attuali, durante il caldo periodo Eocenico, fino a 35 milioni di anni fa, le concentrazioni dovevano essere vicine alle 1800 ppm, ma senza considerare i feedback, ogni raddoppio di CO2 nell&#8217;atmosfera comporta un&#8217;aumento delle temperature di circa 1°C su scala globale, dunque proprio perchè oggigiorno l&#8217;atmosfera a concentrazioni relativamente basse, l&#8217;atmosfera risulta essere molto più sensibile ad un aumento, il problema infatti non è il fatto che in passato facesse più caldo, ma il fatto che in passato non si conoscono variazioni climatiche tanto rapide come quelle attuali, neanche tra le variazioni climatiche che comportarono le più grandi estinzioni di massa non avvennero con una simile rapidità, un aumento di 1,3°C su scala globale, se oggigiorno si è verificata nell&#8217;arco di pochi secoli (di qui ben 0,8°C negli ultimi decenni), in passato per avere un simile aumento delle temperature, occorrevano almeno 3000 anni, non 150 anni, putroppo questo in futuro potrebbe non avere un impatto insignificante per 8 miliardi di persone o forse anche oltre, secondo me ma questa è una mia idea personale, un simile cambiamento climatico combinato con lo sfruttamento delle risorse, magari anche gli effetti secondari che una variazione climatica potrebbe comportare, come nuove epidemie, tutto questo potrebbe anche giustificare una nostra estinzione in futuro. In secondo luogo sempre secondo me, i vulcani sarebbero una grossa minaccia, in quanto una grossa eruzione vulcanica può comportare effetti paragonabili a quello di un impatto cometale, ma è molto più imprevvedibile, inoltre in linea puramente teorica avremmo forse i mezzi per disintegrare o deviare un corpo celeste che minaccerebbe di schiantarsi a terra, mentre per quanto concerne i vulcani, neanche dal punto di vista teorico, possiamo controllare e prevedere con largo anticipo un&#8217;eruzione. In passato grosse estinzioni avvenivano in corrispondenza a grossi cambiamenti climatici, indotti da grosse eruzioni basaltiche (trappi vulcanici) con i feedback derivanti, ai tempi dei dinosauri, è probabile che l&#8217;impatto cometale dello Yucatan possa aver anticipato di 300000 anni l&#8217;estinzione principale e abbia innescato l&#8217;eruzione del tratti Deccan, principale responsabile della grossa estinzione di molte speci viventi (di oltre il 60%), l&#8217;impatto in sè fu forse solo l&#8217;inizio della fine per i dinosauri e molte altre speci animali e vegetali, oggi a noi di conifera a foglie caduche è giunto solo il Gimgko Biloba, tutte le altre speci di conifere a foglie caduche, che porbabilmente prevalvano tra la vegetazione nel Giurassico, si sono estinte appunto in questa occasione&#8230;</p>
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<p>La fine della vita sulla terra, sarà al più tardi tra 600 milioni di anni o poco più considerando i numerosi processi astronomici terrestri e del sole previsti nel futuro. Attraverso la teoria dei supercontinenti, si calcola che la terra tornerà a presentare un unico continente entro i prossimi 250-350 milioni di anni, in questo periodo ere glaciali, si alterneranno ad ere interglaciali e si stima che la terra potrà subire più estinzioni di massa dovute ad episodi di vaste proporzioni, come grosse eruzioni vulcaniche o grossi impatti cometali di diametro compreso tra 3,1 e i 6,2 km o addirittura oltre, fino a 10 km. L&#8217;uomo a queste epoche sarà estinto da un pezzo e questo potrebbe essere giustificabile già con una combinazione di eventi, come i cambiamenti climatici e lo sfruttamento delle risorse, quando l&#8217;uomo si estinguerà, il pianeta lentamente riprenderebbe il proprio stato precedenti alla nostra presenza entro un lasso di tempo di 5 milioni di anni, cancellando ogni nostra traccia anche a livello biologico, la stragrande maggioranta delle tracce evidenti della nostra presenza sarebbero cancellate in un lasso di tempo molto inferiore, anche di soli 1000 anni. Entro i 600 milioni di anni, il livello di CO2 si abbasserà ad un livello tale da non poter più ostenere la fotosintesi, di conseguenza dopo pochi milioni di anni, si perderebbe la riserva di ossigeno provocando l&#8217;estinzione di ogni forma di vita animale. In un lasso di tempo compreso tra 1,5 e i 4,5 miliardi di anni, l&#8217;inclinazione assiale subirà una completa destabilizzazione, comportando a variazioni anche di 90° della propria inclinazione, la terra rallenterà fino a fermare la propria rotazione sul proprio asse, di conseguenza se una faccia sarà sempre esposta al sole, l&#8217;altra resterà sempre all&#8217;ombra, tutto questo dovuto al fatto che la luna abbandonerà l&#8217;orbita della terra. Tra 1,1 miliardo di anni, gli oceani evaporeranno poichè il sole nel processo di trasformazione in gigante rossa, avrà aumentato del 10% la propria luminosità, lentamente la terra diventerà un luogo del tutto arido, privo di acqua, di conseguenza giungerà al termine anche la tettonica a placche della terra, questo favorirà un degrado della magnetosfera terrestre, il vento solare &#8220;spazzerà&#8221; la magnetosfera e le sostanze più volatili dell&#8217;alta atmosfera. Entro 4 miliardi di anni, si assisterà ad un notevolissimo incremento delle temperature superficiali, mentre entro i 7,5 miliardi di anni, il pianeta verrà inglobato dall&#8217;espansione del sole, poichè si espanderà in maniera tale, da comprendere anche l&#8217;orbita terrestre. Quando tutto ciò accadrà la nostra esistenza sarà già un lontano ricordo.</p>
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